(prosegue dal 13 novembre)
Nonostante i successi di settembre, sfuggiva a ogni qualsivoglia tentativo di identificazione il testo inciso sulla parete settentrionale del passaggio tra il cortile e la prima ipostila. E’ un’iscrizione in colonne il cui inizio leggo quasi ogni mattina: “Capitolo per uscire dalla tomba …”. Un incipit di tale genere è tipico del Libro dei Morti e, all’inizio avevo pensato che si trattasse proprio di un capitolo di questa silloge funeraria. Le ricerche in tal senso non avevano però dato i risultati sperati. E pensare che identificare un testo proveniente dal Libro dei Morti è veramente un gioco da ragazzi. Non necessita neanche di una profonda conoscenza del geroglifico.
Eppure l’iscrizione eludeva a ogni mio tentativo interpretativo. Avevo capito soltanto una cosa. Se non lo trovavo nel Wörterbuch der ägyptische Sprache, il dizionario geroglifico-tedesco che è la Bibbia di ogni egittologo che si rispetti, c’erano buone probabilità che fosse un estratto dei Testi dei Sarcofagi. L’edizione di questa silloge funeraria è infatti posteriore alla pubblicazione del Wörterbuch e, nonostante molti colleghi credano il contrario, non vi si è evidentemente inclusa. Avevo perciò l’alternativa era leggermi tutti i Testi dei Sarcofagi (otto volumi in geroglifico). Un’ultima possibilità era che il testo fosse o completamente inedito o appartenente a una silloge funeraria diversa. Visto il suo stato di frammentarietà, nel primo caso non sarei mai riuscito a tradurlo, nel secondo non mi restava che leggermi tutti i testi religiosi dell’antico Egitto. Non volevo neppure prendere simili eventualità.
Esaurite le nuove accessioni della biblioteca della Chicago House, ho deciso di tentare una nuova volta la buona sorte. Mettendoci però stavolta un pizzico di caparbietà in più. Ho deciso di cercare sul Wörterbuch ogni parola che riuscivo a riconoscere, cominciando a collezionare un insuccesso dopo l’altro. Il mio tavolo si andava gradatamente riempiendo di libri. Ero giunto a una situazione di stallo assoluto quando Marie, la bibliotecaria, ha annunciato la pausa di pranzo. I colleghi americani preparano un delizioso buffet per tutti i frequentatori del venerdì. E’ anche il momento per fare due chiacchiere con i colleghi presenti.
Sono rientrato con una certa sonnolenza post-prandiale. Con gli occhi mezzi chiusi ho cercato l’ennesima parola. Stavolta ne avevo trovata una che si poteva leggere “hesu”. Si trova a pagina 400 del terzo volume del Wörterbuch. La definizione dice: “(attestato nei) Testi dei Sarcofagi come sostantivo. Qualcosa in cui si può andare”. La sonnolenza è sparita quasi d’incanto. Come come? “Testi dei sarcofagi”?. Mi sono precipitato a guardare la lista delle attestazioni. Ne ho trovata una soltanto, la criptica “Lischt pl 19, 36”. Proprio in quel momento, Marie si è avvicinata dicendomi che aveva messo in visione l’ultimo volume della pubblicazione dell’Università di Chicago relativa al tempio di Medinet Habu. Mi sono messo a sfogliarla con Evelina e Irene. Bellissima, sontuosa, perfetta. Mi piacerebbe vedere la Tomba di Harwa pubblicata così.
Quando sono tornato al mio tavolo ho trovato che “Lischt” era l’abbreviazione per il volume degli scavi di Gauthier e Jéquier a Lisht. Era stato pubblicato nel 1906 ed era per questo che gli editori del Wörterbuch avevano preso in considerazione i testi ivi pubblicati. La tavola 19 si riferiva a uno dei lati del sarcofago di Sesenebenef, ritrovato in quell’occasione. Ho sfogliato la pubblicazione di Gauthier e Jéquier fremendo di anticipazione. Arrivato alla tavola 19, ho cominciato a leggere. “Hesu” faceva parte di un testo che iniziava con “Uscire dalla tomba nella necropoli”. Fantastico! L’avevo identificato! Non stavo più nella pelle e ho fatto il giro della sala principale della biblioteca con le due dita atteggiate a vittoria e ho comunicato la mia scoperta a Evelina e Irene.
Tornato nuove mante al mio posto ho preso l’edizione dei Testi dei Sarcofagi e ho individuato le sigle cui è fatto corrispondere il sarcofago di Sesenebenef: L1li e L2li. Ho potuto così consultare l’indice compilato da Lesko dove ho trovato che il testo in questione corrisponde ai capitoli 151 e 625 dei Testi dei Sarcofagi. In Harwa la sequenza è ripetuta pedissequamente. L’iscrizione qui però continua. Preso dall’euforia, nel tempo che mi restava ho cercato di identificare anche le ultime colonne di geroglifico, senza però riuscirci. Da quello che è rimasto sembrerebbe trattarsi di un estratto dei Testi delle Piramidi, ma è soltanto una sensazione dettata dalla particolare ortografia delle parole.
Alle cinque del pomeriggio la Chicago House chiude. Fuori c’era un tramonto mozzafiato. Una moltitudine di nuvolette si dirigevano come marciando verso l’orizzonte dove il sole stava morendo in un tripudio di rosso e arancione. Ho pensato che mi ci erano voluti quattordici anni prima di arrivare all’identificazione di questo testo. Meno male ce l’avevo fatta.
Ora sono sicuro di una cosa che avevo già in testa da un po’ di tempo. Il cammino di Harwa non si ferma alla rinascita eterna. Continua al di là dell’eternità alla quale, per quanto possa sembrare assurdo, viene posto un limite. I testi incisi sulle pareti nord dei passaggi ci dicono che un giorno Harwa si alzerà e uscirà dalla tomba per tornare a vedere la luce del sole. E questa non è più rinascita, ma resurrezione.







