Ultimo giorno di scavo. Chiudiamo però domani o forse dopodomani. Ho cominciato a restaurare e mettere sotto vetro i papiri e ho bisogno di tempo.
Ho anche necessità di meditare meglio sui primi risultati derivanti dall’identificazione dei testi iscritti sulle pareti settentrionali dei passaggi tra un ambiente della tomba e un altro. Quello che mi sembra di avere intuito è straordinario. Proprio però perché mi appare straordinario ne diffido un poco. La nostra ricerca è fatta di piccoli successi, errori e ripensamenti continui. La rimozione di uno strato può condurre a rivedere completamente quanto scoperto fino a quel momento, a integrare una tipologia ceramica e a migliorarne o cambiarne la datazione. Un nuovo frammento di testo può condurre al riconoscimento di un nuovo racconto, di una nuova composizione funeraria che possono cambiare radicalmente la nostra percezione della letteratura di un determinato periodo storico. Incombe sulle scienze del passato la “x”, che non è il punto dove si deve scavare, ma l’incognita cui ci troviamo di fronte quando troviamo qualcosa di nuovo. Quanto scopriamo è sempre parziale e soggetto a cambiare. Occuparsi dell’antico implica anche una certa flessibilità mentale e una disposizione ai cambiamenti che, purtroppo, diminuiscono con il passare del tempo. Spero di avere il buon senso di smettere di fare l’archeologo a tempo debito.
Tutto quello che raccogliamo contribuisce alla ricostruzione di quello che può essere considerato il DNA della civiltà egizia che, proprio come quello di una mummia risulta estremamente sfilacciato.
Le nostre ricerche vanno però anche al di là di questo. Ci hanno condotto ad approfondire un poco la conoscenza della necropoli tebana tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo, sollevando non pochi interrogativi. Cosa ci faceva il pittore Eismann Semenowsky a Tebe alla fine dell’Ottocento? Chi aveva scritto a Howard Carter da una dahabiya di passaggio per Manfalut? Chi si era portato dietro la traduzione italiana di Paul e Virginie? E il Corriere della Sera del 31 dicembre 1895? Chi si è mangiato i biscotti “Me ne frego” nelle Tomba di Harwa? Sembrano inezie, eppure sono particolari che possono rivelarsi importanti. Prendiamo, per esempio, proprio i biscotti “Me ne frego”. L’etichetta è stata trovata nel 1999 nella trincea scavata dai tombaroli per asportare ampie porzioni della decorazione del muro meridionale del cortile. Era associata a giornali inglesi menzionanti la (loro) vittoria di El-Alamein. Questo ci ha portato a pensare che le azioni di ruberia avvenute durante la Seconda Guerra Mondiale potessero essere state perpetuate da soldati alleati che avrebbero utilizzato prigionieri italiani come manovalanza. L’ipotesi ci ha dato qualche idea su dove andare a cercare i frammenti scomparsi. Uno di questi si trova (forse) in una collezione inglese, uno sicuramente in una privata newyorkese, un altro ancora è al MET di New York. La teoria apparirebbe perciò confermata e ci consentirà forse in futuro di identificare altri pezzi in collezioni pubbliche e private.
Da quanto sopra si capisce che lo scavo di oggi non ha rivelato nulla di nuovo. Tutte le attività erano finalizzate a completare quanto ancora in corso e a preparare il campo per la prossima stagione.






