L'associazione Culturale "Harwa 2001" ONLUS presenta:
La Tomba di Harwa - Autunno 2014
Diario di Scavo
 
dicembre 2014
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5 Dicembre

Sono trascorsi quasi due anni dall’ultima volta che ho scritto questo diario di scavo.
La stagione passata, soprattutto a causa della precaria situazione politica egiziana, mi ero trovato a organizzare una missione ridotta e dedicata soprattutto a continuare lo studio dei reperti recuperati nel 2012.
Alla fine è andata bene. Sono riuscito ad avanzare nelle mie ricerche e il risultato è stato l’articolo pubblicato in Egyptian Archaeology 44 con il quale ho annunciato il ritrovamento di quello che al momento sembrerebbe essere l’unico contesto archeologico con tracce dell’Epidemia di Cipriano che flagellò l’Impero romano nel 250.
La scoperta ha suscitato una discreta eco mondiale e alcuni colleghi mi hanno proposto uno studio che ha come scopo la caccia al virus che provocò la pandemia. Mi sembra fantascienza, ma vale la pena di provare. Se ci riuscissimo i dati ottenuti potrebbero essere infatti utilizzati nella lotta a malattie come Ebola.
Comincio a scrivere questo diario seduto accanto alla finestra di Casa Italia con un tramonto pallido e afoso che si è appena consumato proprio dietro la Valle dei Re. I canti degli imam si inseguono nell’aria contro il sottofondo lontano dei clacson delle macchine che percorrono la strada che conduce all’incrocio della casa di Carter.
Fa caldo, molto caldo e, non fosse per il calendario che mi dice il contrario, penserei di essere in ottobre.
In questi due anni sono successe molte cose. L’Egitto ha completato la sua rivoluzione. Nel verso senso della parola. Proprio come un pianeta è tornato al punto da cui era partito alla vigilia del gennaio 2011. Allora c’era Mubarak, ora c’è Sissi.
Questo per quanto riguarda l’Egitto. Dal mio punto di vista quello che mi importa di più in questo momento è che a leggere questo diario non c’è più mia madre Metella. Ha raggiunto mio padre nel maggio del 2013, dopo una malattia che è durata mesi e contro la quale, lei donna da sempre abituata a combattere, si è dovuta arrendere.
Di mia madre permane il ricordo sempre commovente.
Ognuno deve così tante cose alla propria madre che sarebbe necessaria una vita intera per enumerarle. E così è anche per i ricordi.
Tra tutti quello che ho più caro, non so neanche bene perché, è legato a un libro: Ventimila leghe sotto i mari. Me lo leggeva stesi entrambi sul tappeto verde della mia cameretta. Doveva essere tarda primavera o estate perché dalla finestra aperta arrivavano le grida dei miei amici che giocavano in giardino. All’inizio c’era la voglia di uscire e raggiungerli, soffocata dall’imposizione di mia madre a restare ad ascoltare. Mano a mano che la lettura procedeva, è invece arrivata la magia delle fantasia e la voglia di seguire le peripezie del Capitano Nemo e il suo Nautilus fino alla fine. Nei giorni successivi ho aspettato con ansia la ripresa del racconto, ma forse c’era anche il piacere di avere mia madre accanto.
E’ bello e struggente ricordarla con davanti agli occhi le propaggini della montagna occidentale e il sole appena sparito.
E a lei associo il pensiero anche di tutti coloro che sono stati importanti per dare l’avvio al progetto legato al Complesso Funerario di Harwa e Akhimenru e a portarlo avanti. Tra gli altri, mio padre, mia zia e Marco Bianchi che è stato per me un punto di riferimento e fonte di continui insegnamenti negli anni trascorsi a Milano.
Gli egizi ritenevano che i morti avessero la capacità di leggere le lettere che gli scrivevano. Voglio crederci anch’io e cominciare questo diario con la convinzione che, ovunque si trovino in questo momento, mio padre e mia madre continuino a leggerlo.