| |
Sabato 2 dicembre
Scendiamo negli appartamenti funerari di Harwa con un
gruppo di quattro operai. Giacomo pensa a fissare le
imbracature. Mi metto una maschera anti-esalazioni, di
quelle in dotazione ai Vigili del Fuoco, e comincio a
scendere nel pozzo funerario. E’ profondo poco più di
quattro metri e le pareti sono uniformemente cosparse di
guano di pipistrelli. Anche le pietre del fondo su cui
poggio i piedi ne sono ricoperte. Sono un po’ viscide.
Al fondo del pozzo si aprono due stanze piene fino a
quasi al soffitto di detriti. Quella che si apre verso
sud è pressoché inaccessibile. Entro quasi strisciando
contro le pietre viscide di guano in quella più grande,
che si apre nella parete est. Mi aspetto di trovare i
cadaveri dei pipistrelli che siamo stati costretti a
rinchiudere dentro la tomba al termine della campagna
1998. Invece niente. Ogni tanto respiro più
profondamente e i bordi della maschera si sollevano un
poco lasciando filtrare un’aria putrida e pesante.
Nell’angolo sud-est della stanza le pietre sono state
rimosse per una profondità di circa un metro e mezzo
creando così una piccola voragine che però non appare
raggiungere il pavimento sottostante. Valuto il lavoro
da compiere per svuotare questo, l’altro ambiente e il
pozzo. Ci vorranno non meno di due stagioni e bisognerà
attendere di avere terminato gli scavi nel cortile. Mi
immagino anziano a dirigere il lavoro dei nipoti di
Mohammed, Sayed e degli atri…
Scende Franco a fare le foto. Scende anche Giacomo. Io
esco dal pozzo che, grazie all’inarrestabile parlantina
di Franco, sembra dotato di una vita propria.
Alle dieci arriva in visita Maria Casini. Le faccio
vedere i risultati degli scavi di quest’anno, visto che
era passata di qui anche l’anno scorso.
|
|