L'associazione Culturale "Harwa 2001" ONLUS presenta:

Tomba di Harwa 2007

 
 

INDICE
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17 novembre

 
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DICEMBRE

Localizzazione degli scavi

 

LA FOTO DEL GIORNO

CHI ERA HARWA

VISITA VIRTUALE

LA MISSIONE
I membri
L'ispettore
Gli operai


di Francesco Tiradritti

Siamo tornati al lavoro dopo la pausa del venerdì con l’aria un po’ rilassata del giorno di lavoro dopo la festa e abbiamo ripreso a rimuovere strati e strati di sabbia. Abbiamo continuato l’asportazione delle mummie intorno alle quali un animale aveva scavato alla propria tana. Questo ci ha consentito di procedere allo scavo di un cumulo di pietre accatastate contro l’angolo sinistro dell’entrata a nicchia alla parte sotterranea della tomba di Harwa. Ci siamo resi subito conto che provenivano dalla parete meridionale soprastante e che, in moltissimi casi, attaccavano tra loro. Abbiamo perciò deciso di abbandonare le normali attività di inventario e di concentrarci sulla raccolta e l’esame della copiosa messe di materiali che stava venendo alla luce. L’esperienza ci ha insegnato che, quando si comincia ad avere buone idee sulla provenienza di qualche porzione della decorazione è meglio seguirle fino in fondo per non perderle nel prosieguo delle altre attività. Le pietre dovevano essere state sottoposte a un processo di umidificazione prolungato perché molto del sale contenuto nella roccia calcarea era salito in superficie. Trovandosi accatastate in un angolo è meglio non chiedersi in quale modo si siano potute bagnare, ma sono sicuro che, se le analizzassimo, troveremmo un elevato tasso di ammoniaca. Il problema maggiore era che il sale, risalendo alla superficie e cristallizzandosi nuovamente, aveva condotto alla conglomerazione di molti frammenti, facendoli talvolta aderire ai resti della parete circostante. In taluni momenti è stato come scavare nel cemento.
Della delicata rimozione delle pietre era incaricato Mohammed Abd El-Megid, uno dei nostri migliori operai. A un certo punto, mentre ero intento a lavorare alla ricostruzione del nuovo puzzle, Abd El-Megid si è avvicinato, la faccia impolverata dalla sabbia appena rimossa, mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto: “Ya ghaly uard el ghaualy… Bardi”. La prima parte della frase è il modo in cui Abd El-Megid ama scherzosamente chiamarmi ormai da anni e che più o meno vuol dire “O prezioso figlio di preziosi”, la seconda è invece una parola che non capita spesso di sentire sullo scavo: “Papiro”.
Mi sono alzato, tutto contento. Adoro i frammenti di papiro, anche se contengono soltanto pochi segni di scrittura. Sono le testimonianze del quotidiano a duemila e più anni di distanza. Li trovo commoventi. Mi piace prendermene cura. Trovarli accartocciati e svolgerli lentamente passandoli sopra al vapore. Racchiuderli infine tra due vetri.
Il “bardi” giaceva proprio contro l’angolo dell’entrata a nicchia. Ho potuto subito capire che si trattava di un frammento di buona consistenza, scritto in ieratico con inchiostro nero e rosso e spezzato in due. Ho preso le fotografie di documentazione e ho detto ad Abd El-Megid che poteva rimuoverlo. Lui mi ha guardato, mi ha sorriso nel suo modo ineffabile dicendomi ”Fi tani” Ce ne sono altri. L’ho guardato con aria interrogativa. Lui ha preso il pennello e, delicatamente, ha rimosso la polvere e i detriti di pietra calcarea a sinistra del frammento mettendo in luce un’altra consistente porzione di papiro. Ho così potuto constatare che il frammento era soltanto parte di un papiro molto più esteso. Abd El-Megid ha infine rimosso una pietra e mi ha mostrato che era lungo almeno di quaranta centimetri e di uno spessore di almeno mezzo centimetro. Un rotolo appiattito? Tutto lo lasciava presupporre. Ora si presentava il problema della rimozione. L’insieme appariva estremamente fragile…
 

 
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